Asservita.
febbraio 15, 2010
Era li piegata al suolo, con la mano sulla fronte.
C’era poca luce fioca in una stanza buia e fredda, il silenzio l’accompagnava per mano sulla scalinata dei ricordi.
Lei pensava alla sua vita che l’aveva resa schiava, ma consciamente aveva scelto ciò che non le apparteneva.
Alzò il capo e vide la sua immagine intrappolata in uno specchio, un languido sorriso apparve timido sul suo volto.
Vide se stessa di qualche anno prima, una giovane ragazza vitale e speranzosa, quando ancora di sogni si nutriva la sua anima.
Adesso è solo l’ombra di quella giovane sognatrice.
Ha deciso di accettare ciò che la vita le ha offerto, senza affanni o dubbio alcuno; per paura di restare sola e delusa, schiacciata sotto il peso delle sue liete fantasie.
Ha tarpato le sue ali per paura di sbagliare, senza chiedersi mai di quali colori la felicità si tinga.
Lacrime scure rigano un volto stanco e inquieto, mentre affoga la tristezza nei suoi torbidi ricordi.
Sola ed afflitta si trova a ricomporre i cocci di una maschera ormai troppo pesante da indossare.
Sperava che la maschera la proteggesse dal dolore e dalla delusione, che l’aiutasse ad accettare i suoi sentimenti per qualcuno che non sentiva suo.
Donna e amante di una vita che non le appartiene, non aveva fatto altro che costruire un posto sicuro in cui potersi rifugiare nella quotidianietà, per spacciarsi da normale.
Tempo perso e fiato sprecato, giorni andati ed amori sbiaditi.
E tutto ciò che le resta.
Nella mano stringe un foglio accartocciato, è scritto a matita e si legge appena.
Un altro sguardo rivolto allo specchio, ancora una volta l’odio per se stessa invade il suo cuore.
“Mi dispiace per averti ridotta cosi”, si legge sul foglio.
Allora si alza, si asciuga le lacrime ed esce da quella tetra stanza, lasciando chiusa quella porta, con la promessa che non la riaprirà mai più.