Cose in cui non credo

settembre 30, 2011

Ho voluto sbirciare fuori dal mio guscio, solo per un istante.
Hai distrutto la mia armatura, mi hai lasciato al suolo inerme e agonizzante, in un mare di sofferenza che copro col fango di qualche sorriso.
L’equilibrio delicato era sorretto da gesti, sorrisi, inganni e false incognite; l’ho distrutto in un sol colpo credendomi nel giusto, mandandoti fuori orbita.
Una spirale di silenzi che non colmano questo vuoto, pallidi tentativi che mi trascinano sulla linea orizzontale, che generano illusioni di una inconsistente speranza.
Che il freddo serva a difenderti?
Che sia solo paura?
Ma forse la realtà è nascosta dentro me riflesso nei suoi occhi, quelli che guardano compiaciuti i fili che mi controllato in un dolce stato di schiavitù involontaria.
Vittima di un ego o uomo fuori dal tempo, il risultato resta lo stesso; la speranza non è ancora morta, ma giace gambizzata e stenta a muoversi, in attesa del colpo di grazia.
E ciò che non ci uccide ci rende più forti, cercando di allontanare la pericolosa idea del crimine perfetto, dell’eden dei sensi, del tramonto di una dolce sinfonia.
Inquieto provo a dormire, sperando di non viverti mai più, o per sempre.

Per quanto la vita sia breve ci sono periodi in cui le cose cambiano velocemente.
Tredici mesi dopo le mani che battono sulla tastiera sono le stesse, è tutto ciò che ci sta attorno ad essere cambiato.
La gente, il lavoro, le relazioni, le preoccupazioni, le priorità, le soddisfazioni, le amicizie e soprattutto me stesso.
E con queste mani ho raddrizzato un anno storto, dopo averne piegati non so quanti dritti.
Passano gli anni, le pagine restano; quattro stagioni dopo e di pagine ne conservo già tante, e ne sono contento.
Meglio vivere ogni giorno come fosse una vita intera, adesso vado a morire, perché domani è un altra vita.

L’anima

agosto 9, 2010

La quiete raccolta tra le ceneri d’un fuoco s’innalza al cielo tra spirali di fumo ed odori d’incenso. La notte si spegne lenta, sfocata e distorta dalla fiamma più accesa, vita che brilla splendente attraversando il firmamento come una stella destinata a spegnersi dopo mille bagliori.
L’orizzonte separa la felicità dalla malinconia, si dipana lento attraverso lo sguardo truce di una speranza negata, legata al destino che avido ne conserva i resti.
Perso nella notte m’incammino tra gli incanti della vita, tra gli stadi d’una coscienza alterata e affine. La luna mi bacia coi suoi occhi che piangono lacrime d’argento, gocce di vetro che lastricano taglienti il mio cammino, diretto sanguinante verso mete sconosciute.

Asservita.

febbraio 15, 2010

Era li piegata al suolo, con la mano sulla fronte.
C’era poca luce fioca in una stanza buia e fredda, il silenzio l’accompagnava per mano sulla scalinata dei ricordi.
Lei pensava alla sua vita che l’aveva resa schiava, ma consciamente aveva scelto ciò che non le apparteneva.
Alzò il capo e vide la sua immagine intrappolata in uno specchio, un languido sorriso apparve timido sul suo volto.
Vide se stessa di qualche anno prima, una giovane ragazza vitale e speranzosa, quando ancora di sogni si nutriva la sua anima.
Adesso è solo l’ombra di quella giovane sognatrice.
Ha deciso di accettare ciò che la vita le ha offerto, senza affanni o dubbio alcuno; per paura di restare sola e delusa, schiacciata sotto il peso delle sue liete fantasie.
Ha tarpato le sue ali per paura di sbagliare, senza chiedersi mai di quali colori la felicità si tinga.
Lacrime scure rigano un volto stanco e inquieto, mentre affoga la tristezza nei suoi torbidi ricordi.
Sola ed afflitta si trova a ricomporre i cocci di una maschera ormai troppo pesante da indossare.
Sperava che la maschera la proteggesse dal dolore e dalla delusione, che l’aiutasse ad accettare i suoi sentimenti per qualcuno che non sentiva suo.
Donna e amante di una vita che non  le appartiene, non aveva fatto altro che costruire un posto sicuro in cui potersi rifugiare nella quotidianietà, per spacciarsi da normale.
Tempo perso e fiato sprecato, giorni andati ed amori sbiaditi.
E tutto ciò che le resta.
Nella mano stringe un foglio accartocciato, è scritto a matita e si legge appena.
Un altro sguardo rivolto allo specchio, ancora una volta l’odio per se stessa invade il suo cuore.
“Mi dispiace per averti ridotta cosi”, si legge sul foglio.
Allora si alza, si asciuga le lacrime ed esce da quella tetra stanza, lasciando chiusa quella porta, con la promessa che non la riaprirà mai più.

Miglia e una notte…

gennaio 31, 2010

Un’altra notte passa solitaria, ormai nemmeno il sonno m’accompagna.
Recluso dentro una vita slegata e sbiadita, dai ritratti sfocati, spesso mossi dalla fretta; trascinato a peso morto sulla linea temporale, quella cinica bastarda intenta a fare il suo dovere.
Sottofondo di una notte e di una vita che sussurra malinconica, come una melodia sinesteticamente architettata dal principe Davis.
La notte corre via come queste poche righe: tanti buoni propositi che non riesco a far combaciare, a mettere in ordine, a darne un senso…
Soffocato dalla mia stessa voglia, incatenato ad uno specchio che severo non accetta il fallimento.
Allora prendo la mia vita e la sposto un pò più in là…

Questo viaggio inizia di mattina, col sole che bagna la mia pelle e la brezza che illumina i miei sensi.

E un viaggio di cui conosco la strada, un viaggio dove perdersi è impossibile e le strade da percorrere sono note.
Il cammino è ora tortuoso, ora in discesa; adesso piove, più avanti torna il sole.
Decido io come sarà il cammino, e ci penso strada facendo.
E un viaggio intimo e profondo, legato allo sguardo che poso su me stesso, un doppio filo che collega autostima e senso di colpa, difficile da definire.

Dove voglio andare non importa, non ho una meta e posso tornare a casa quando voglio. Quello che voglio è dare un valore al mio pellegrinaggio, o alla mia gita, o alla mia incursione, o alla mia crociata, o alla mia svolta, o alla mia gara, o al mio vagabondare, o ad un qualsiasi vocabolo che sia inventato o meno.
La bellezza di tale viaggio risiede nel fatto che tutto può essere deciso in tempo reale, e quando avrò bisogno di redenzione percorrerò strade tortuose, come in un pellegrinaggio; quando vorrò riassaporare i bei momenti sarà una gita in una splendida giornata di sole.
La storia viene scritta a posteriori, e sta allo scrittore decidere quale sarà la parola finale del racconto, io non ho ancora deciso la mia, il che mi spaventa.

Ho paura e desiderio che quei ricordi non siano gli ultimi, che ne possa aggiungere altri. Altri metri percorsi su strade ancora sconosciute, ma in quel caso non sono ancora ricordi, quindi…
Cosi come ho meritato di viverli merito di custodirli, ed in fase di montaggio posso decidere di tagliare alcune parti scomode, e tenere tutto il resto.
Farò tesoro del mio viaggio, e quando ne avrò voglia potrò sempre viaggiare, decidendo di volta in volta quale strada prendere, e quali sensazioni rievocare per placare la mia inconcludenza o sorridere malinconicamente.

Lo scrivo perché rimanga, non vorrei perdere parti del viaggio ed accorciarlo di volta in volta, l’importante è solo ricordare.

Scrivo ch’è presto al mattino, ma con diverse ore di veglia già sulle spalle, per raccontare l’inquietitudine sconcertata di chi è stato vittima di un abuso corporale assolutamente incondonabile.

Mancavano poche decine di minuti all’una del mattino che decido di dare al mio corpo svariate ore di riposo, preoccupato da una zanzara che incessante si precipita verso di me alla ricerca di  buon sangue.
Per mia fortuna pare che i suddetti insetti non siano ghiotti della mia linfa vitale, al che la mia unica preoccupazione restò quella d’ingurgitarla poichè sono solito dormire con la bocca aperta.

Ignaro di ciò che stava per accadermi mi accascio sul fianco destro, abbandonandomi dolcemente laddove il peso della palpebra mi conduceva.
Successivamente il buio.
Il ricordo più lontano che ho, andando a ritroso, è un sogno dai contorni trasparenti, dalle immagini sfocate e dalle tinte sbiadite; ricordo solo che sognavo, e mi dimenavo  avvolto solo da qualche indumento e circa 30° capaci come sempre di mettere a dura prova la mia sopportazione.
Ero agitato, testimoni le lenzuola di un letto divenuto trincea ed il mio corpo soggiogato dell’estro che incessante realizzava posizioni sempre nuove a scapito di un più appagante riposo.

Mancano pochi minuti alle 5 del mattino che mi ritrovo steso e con gli occhi aperti.
Il letto è una trincea anni dopo una triste guerra, ed i 30° hanno vinto la battaglia contro la mia sopportazione, facendo leva sul fattore sudorazione.
Col passare degli attimi l’occhio schiarisce il buio, e le sinapsi tornano a funzionare, ricostruendo le dinamiche di un risveglio sobbalzato come pochi.
Questione di secondi, quel tanto che basta ai miei sensi spaesati di riprendere il contatto con la percezione della realtà, catapultandomi d’istinto verso l’interruttore della luce.

Mentre con la mano mi protendo verso il suddetto, realizzo cos’è successo; la mia mente offre alla mia razio i ricordi e le sensazioni ree del mio risveglio.
Un formicolio, un fastidio sul fianco sinistro, credo fosse il braccio.
No, forse era la gamba.
Non so quale fosse stato il principio, ma so bene che tutto è cessato sul  mio braccio, all’altezza della spalla, a pochi centimetri dal mio viso.
Un repentino movimento della mano destra che scorreva lungo tutto il fianco sinistro è stato un riflesso incondizionato.
PLUCK
Quasi come destato da un bravo ipnotista quel suono apatico è stato il segnale colpevole del mio risveglio.

La luce s’accende.
Il mio sguardo era già lì, dove terminava l’arco tracciato dalla mia mano in quel gesto primitivo ed involontario.
Li che mi fissava, con le braccia conserte, c’era uno scarafaggio dalle brune membra, esattamente tra il marrone più scuro ed un rossastro molto forte.
A fatica rantolava sul guscio, incapace di rimettersi in piedi.
Quelli come lui odiano la luce, quelli come me odiano lui.
Non so cosa ci facesse su di me, non so come ci sia arrivato.

I minuti successivi furono agghiaccianti, sguazzavano tra lo sdegno e lo sporco; non sapevo che fare prima, se andarmi a lavare o punire l’impavido gesto con quel che si meritava.
Ho optato per la punizione, quella massima stavolta, niente sconti di pena, l’affronto era troppo grave.
La mia scarpa non avrebbe avuto l’onore di compiere tale gesto, nè tanto meno avrei permesso che un suo ricordo restasse sotto il mio piede, quindi ho optato per un giornale, delicatamente poggiato sopra il mio nemico giurato, quasi un cappuccio in testa prima dell’esecuzione a sangue freddo.
Il mio piede fece il resto, quel che resta adesso è una macchia nera sull’editoriale in prima pagina.

Il resto è facilmente predicibile: doccia, insonnia, internet.
E son passate le 8.
In questa casa devo viverci ancora per 30 giorni, se potessi non dormirei per tutto il tempo, ma purtroppo non posso, quindi mi tocca affrontare ka questione, e a mali estremi, estremi rimedi!

Che la guerra abbia inizio!

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.